mercoledì 15 dicembre 2010

venerdì 10 dicembre 2010

Mille volte buonanotte


Mille volte buonanotte, lo ripeterò finché sarà nuovamente buio, nelle lunghe ore che ci separano.
Mille volte buonanotte e sono già "nella finestra" ad attenderti
Mille volte buonanotte ed è già buio.
Mille volte buonanotte è tu sei giunto alla "finestra"
Mille volte, e voglio sentirti dentro di me.
Mille volte vorrei abbattere tutte le distanze e fondermi con te.
Mille volte, una parola che non ho il coraggio di dirti.
Mille volte, un sussurro che si estende nell'eternità della notte.
Mille volte amore mio ti amo.

(William Shakespeare, Romeo e Giulietta)

martedì 7 dicembre 2010

Essere precari stanca!


PERCHE' ESSERE PRECARI STANCA da Rosalinda Gianguzzi

La precarietà stanca perché essere precari sul lavoro vuol dire essere precari nella vita. Vuol dire essere precari nei sentimenti: perché si ha paura di relazioni a tempo indeterminato, se non sai neanche come sarà la tua vita il mese dopo.
E se fai figli sei un incosciente, se non li fai sei il bamboccione che non vuole assumersi responsabilità.
Si perché, non se ne capisce il motivo, ma essere precari ti mette sempre sotto la lente d’ingrandimento degli altri, ed espone al loro giudizio ogni cosa che fai.
Essere precari significa che precario è il tuo equilibrio: raggiante al rinnovo, depresso e nervoso a fine contratto.
Essere precari sradica; il lavoro va rincorso, spesso con la valigia in mano.
Essere precario è ingiusto: perché anche se lavori da 30 anni, non sarai mai “l’anziano” del tuo posto di lavoro, sarai sempre l’ultimo arrivato, e così sarà il tuo stipendio, gli scatti contributivi, la considerazione di colleghi e titolari, il tuo ruolo nella“spartizione delle vesti” in termini di mansioni ed orari interni.
Essere precari stanca perché ti vergogni a dire che sei precario: perché nell’immaginario degli altri, sei il “giovane” a carico dei genitori.
Anche se sei tu ad essere genitore e se hai abbondantemente superato gli “anta”.
Perché essere precari, ti toglie spesso il gusto di volere che i tuoi genitori vivano per sempre, solo perché vuoi loro bene, e non perché altrimenti saresti spacciato.
Essere precari stanca, perchè difficilmente sarai mai padrone di una casa, come non sarai mai padrone della tua vita, eternamente in affitto di un padrone ricco.
Ed ancora essere precari è un perverso paradosso: il lavoro dovrebbe servire a dare stabilità a rendere liberi, ed invece sei sempre schiavo del capriccio di un imprenditore o governante di turno, e la stabilità spesso non arriva mai.
Essere precari stanca perché sai che vogliono fregarci: lo chiamano tempo della globalizzazione, lo chiamano nuovo mercato del lavoro, lo chiamano fine della chimera del posto fisso (in termini dispregiativi, ma a me suona benissimo), la chiamano flessibilità, meritocrazia, “solo i più bravi…”, ma non è altro che un modo come un altro per azzerare anni di lotte sindacali a tutela dei lavoratori.
Perché un precario non deve ammalarsi, fare figli, invecchiare: sono tutti privilegi per i lavoratori a tempo indeterminato.
Perché il lavoro inteso in quest’ottica è un lavoro alienante, che perde il suo ruolo di strumento di benessere per la vita dell’uomo, ma diventa il fine ultimo, e spesso anche la fine di molti lavoratori.
Perché diciamocelo, non è bello dire “sono un co.co.co”.
Perché non si dovrebbe lavorare a progetto per l’imprenditore, ma si dovrebbe lavorare al proprio progetto di vita, per renderla un “capolavoro” (Giovanni Paolo II).
Perché il Vangelo c’insegna che le leggi sono fatte per l’uomo, non l’uomo per le leggi.
Ed un uomo, cresce, invecchia, si sposa, fa figli, e il lavoro dovrebbe accompagnarlo in ognuna di queste fasi della vita.
Ed infine essere precari stanca, perché è brutto capire e sapere che ciò che volevano ottenere con la perversa invenzione del “precariato”, reso peggiore dal fatto che è ormai l’unica forma stabile di lavoro, non lo hanno ottenuto: aiutare il capitalismo.
Perché il precariato non aiuta nessuno.
Non aiuta i datori di lavoro che si precludono la possibilità d’avere persone accanto di cui fidarsi, con esperienza, gratificate, motivate ed interessate al progetto dell’azienda, ma i lavoratori diventano come passeggeri che attraversano una stazione.
Perché non aiuta il lavoratore: alienato, frustrato, perennemente in bilico, senza un preciso progetto di vita, con una reale compromissione della stessa qualità della vita, che si ripercuote sul tutto il mercato.
E infatti oggi lo dice anche Mario Draghi, e la crisi economica che stiamo attraversando è un’ulteriore prova che è un sistema fallimentare, ed anche il trovarci sui tetti, sui ponti, nelle strade impauriti ed arrabbiati.
E quindi dateci ascolto essere precari stanca!
Perché sai di essere un tassello di un domino composto da migliaia di tasselli precari.

(da Il Manifesto)

mercoledì 24 novembre 2010

«Le differenze non si spengono: il Comune ripristini gli auguri multietnici»


Sono durate una decina di giorni le originali e significative luminarie natalizie in via Padova frutto di un progetto artistico che un artigiano e la sua Ditta di luminarie aveva presentato all’Assessorato all’Arredo Urbano. L’istallazione composta dal simbolo universale del cuore rosso recavano scritto"buone feste" in tutte le lingue parlate dagli abitanti di questo quartiere, tra i più multietnici della città (italiano, francese, spagnolo, inglese, cinese, arabo, …). Le luci non erano state ancora accese, ma si comprendeva già il significato dell’opera. Ieri sono già state rimosse. L’unica scritta che ora compare è “auguri” in italiano. Ci risulta che l' “intervento riparatore” sia stato ordinato dall'assessore all’Arredo Urbano, Maurizio Cadeo (competente per i progetti di illuminazione artistica della città) a seguito delle “proteste di famiglie e cittadini". Il gruppo di progettazione della Festa “Via Padova è meglio di Milano” e gli altri gruppi firmatari lavorano da anni in questa zona della città. Ebbene noi, sicuri di interpretare il pensiero di altre persone che vivono in via Padova e che ci hanno sollecitato a prendere posizione, riteniamo che le differenze non si possono cancellare staccando un interruttore. Questo è infatti il significato che noi, come molti altri che vivono nel quartiere, abbiamo attribuito all’intervento dell’assessore. Un messaggio, se così fosse, che riteniamo inaccettabile e anche lesivo dell’immagine cosmopolita di cui Milano è sempre andata giustamente orgogliosa. Ci auguriamo che si tratti soltanto di un grande equivoco e per questo richiediamo, per smorzare all’origine ogni polemica, che le luminarie in tutte le lingue siano ripristinate quanto prima.

Buone Feste Joyeuses Fêtes Felices Fiestas Happy Holidays 节日快乐
أعيادا سعيدة Sarbatori fericite С праздником Зі святом Iyi bayramlar ….

Anche Massimo Gramellini dedica a questa vicenda la sua rubrica su La Stampa di oggi.

In via Padova, la San Salvario di Milano, hanno una piccola bella idea. Appendere delle luminarie con la scritta «Buone feste» in tutte le lingue del mondo. Ci si imbambola a immaginare i bambini multietnici del quartiere col naso all’insù, mentre scandiscono parole di gioia nelle rispettive lingue, insegnandole ai compagni di scuola. È Natale, no? Ed è Natale soprattutto lì, dove ancora a marzo africani e sudamericani si linciavano per la strada. Ma qualcuno si lamenta di chissà cosa, forse di un po’ di felicità, e l’assessore all’Arredo Urbano prontamente interviene: via le luminarie da via Padova, sostituite da un isolato «Auguri» in italiano, affinché la zona «non assomigli a un ghetto».

Stento a capire. A me una strada piena di luci e di idiomi sembra l’esatto contrario di un ghetto. È la vita. Ma saranno mai stati a Parigi e a Londra, questi assessori arredatori? O il solo nominarle basterà a meritarsi la patente di snob, mentre la vera schiettezza d’animo consiste nell’assecondare il provincialismo degli sfigati? Ecco, se le luminarie di via Padova avevano un limite, era l’assenza della scritta in dialetto. Milanese, italiano, arabo, inglese, spagnolo… Aggiungere, non togliere. Aggiungere e mescolare. I bambini ragionano così. I ghetti sono solo nella testa di certi adulti. Magari degli stessi che in nome del popolo tolgono le luminarie da via Padova, ma cercano di piazzare una gioielleria extralusso, quella sì snob, sotto l’albero di Natale in piazza del Duomo.

lunedì 15 novembre 2010