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domenica 12 gennaio 2014

Un momento indimenticabile

(foto di Fabrizio Reale)

"Fu un momento indimenticabile. Andammo verso via Caracciolo, sempre più vento, sempre più sole. Il Vesuvio era una forma delicata color pastello ai piedi della quale si ammucchiavano i ciottoli biancastri della città, il taglio color terra di Castel dell'Ovo, il mare. Ma che mare. Era agitatissimo, fragoroso, il vento toglieva il fiato, incollava i vestiti addosso e levava i capelli dalla fronte. Ci tenemmo dall'altro lato della strada insieme a una piccola folla che guardava lo spettacolo. Le onde ruzzolavano come tubi di metallo blu portando in cima la chiara d'uovo della spuma, poi si frangevano in mille schegge scintillanti e arrivavano fin sulla strada con un oh di meraviglia e timore da parte di tutti noi che guardavamo. Che peccato che non c'era Lila. Mi stenti stordita dalle raffiche potenti, dal rumore. Avevo l'impressione che, pur assorbendo molto di quello spettacolo, moltissime cose, troppe si spampanassero intorno senza lasciarsi afferrare.
Mio padre mi strinse la mano come se temesse che sgusciassi via. Infatti avevo voglia di lasciarlo, correre, spostarmi, attraversare la strada, farmi investire dalle scaglie brillanti del mare. In quel momento così tremendo, pieno di luce e di clamore, mi finsi sola nel nuovo della città, nuova io stessa con tutta la vita davanti, esposta alla furia mobile delle cose ma sicuramente vincitrice: io, io e Lila, noi due con quella capacità che insieme - solo insieme - avevamo di prendere la massa di colori, di rumori, di cose e persone, e raccontarcela e darle forza".

(Elena Ferrante, L'amica geniale)

sabato 28 dicembre 2013

La mia classifica del 2013



Tra le settemilacinquecento pagine circa che ho amato quest'anno.

Cinque stelline anobii: Sofia si veste sempre di nero, Paolo Cognetti, Minimum Fax

Il più storico: Tentativi di botanica degli affetti, Beatrice Masini, Bompiani

Il più letterario: Urbino, Nebraska, Alessio Torino, Minimum Fax

Il più genuino: La bambina dimenticata dal tempo, Siobhan Dowd, Uovonero Edizioni

Il più introspettivo: I ragazzi Burgess, Elisabeth Strout, Fazi Editore

Il più noir: Dritto al cuore, Elisabetta Bucciarelli, e/o edizioni

Il libro del cuore: We are family, Fabio Bartolomei, e/o edizioni

La sorpresa: Un tipo a posto, Miriam Toews, Marcos y Marcos

Esordiente dell'anno: Svanire, Deborah Willis, Del Vecchio Editore; Comodo, silenzioso, vicinanze metrò, Antonio Spinaci, Betelgeuse

La delusione: Sparire, Fabio Viola, Marsilio

mercoledì 5 giugno 2013

Ma questo è amore?

Non sa. Non sa se è questo, l'amore, questo strofinare di stoffe, questo frugare caldo e aspro, e le dita, le dita dappertutto, mani che non hai imparato e vanno dove mai mano estranea si è posata, una forza, un affanno, volere e non volere, ah, e qui, e questo, dove, cosa, perché, e poi quel dolore, acuto, strappato, che le mozza il respiro e non smette, anzi, si fa più intenso, più insistente, un dolore senza pietà, un raspare di carne dentro la carne, ah no, non così, no, no, ma dire no è inutile, non cambia niente, e intanto un'altra sé , quieta e composta, la guarda da molto lontano, gli occhi laghi di compassione. Compassione, perché poi? E se fosse proprio questo, invece? Se deve essere questo? Non sa, non sa più, e ancora ascolta il dolore stamparsi dentro di lei, inchiodarla al muro, rubarle dalla gola un suono che non vuole perché non è suo, non le appartiene, non è voce, non è risata e nemmeno pianto, è un suono orribile, di sofferenza animale, animale e basta, e poi, ma quanto dura? Ma non finisce mai? E dopo, quando finalmente è finito e le pieghe della veste ricadono a nascondere la ferita, ancora quella domanda, la stessa: ma è questo l'amore? Ma questo è amore?

(Beatrice Masini, Tentativi di botanica degli affetti)

martedì 9 aprile 2013

Cara Margaret Thatcher


Cara Margaret Thatcher,
mio fratello non vorrebbe che io facessi questo, quindi non posso dirle il mio nome. Mio fratello è uno degli aderenti allo sciopero della fame e io non voglio che muoia. Lei dice che un reato è semplicemente un reato e che non esiste una cosa come un reato politico. Ma ci sono dei momenti in cui non si ha altra scelta che lottare. Mio fratello crede che sia uno di questi momenti. Non so se abbia ragione. Non lo so davvero. Ma una cosa è certa. È un momento di odio e sta andando sempre peggio.
Non ci sono vincitori in questo sciopero, solo sconfitti. Mio fratello perderà la vita. Io perderò mio fratello. Nelle strade, altre vite vengono perdute ogni giorno. Lei perderà voti e sostenitori, forse anche il suo posto nella storia. E la speranza: perderemo anche quella. Tutti noi. Non c’è una via d’uscita ?
Gli scioperanti non cambieranno idea. Ho fatto visita a mio fratello e ho visto la sua faccia. È felice di morire. Lei è l’unica persona che può salvarlo, Signora Thatcher. Può andare contro quelli che ritiene i suoi principî. Ma salverà la sua vita e quella di molti altri, e questo non è forse un principio migliore che non dare agli scioperanti lo status di categoria speciale che vogliono?
Ogni morte allontana sempre piú la pace. Ogni funerale genera piú odio. Ci salvi da questa violenza, da questa disperazione. Mia madre prega Dio ogni domenica in chiesa. «Dí soltanto una parola e io sarò salvato». Per favore. Laggiú a Westminster. Dica quella parola. «Sí». Non lo rimpiangerà mai. Mai.
Da un sincero cittadino.

Fergus guardò il lavoro. Morte. Pace. Odio. Principio. Reato. Era come se un Fergus piú vecchio, piú saggio, da vent’anni nel futuro avesse curvato il tempo e riportato la sua mente a questo se stesso piú giovane per scrivere questa lettera. Di sicuro era persuasiva. Di sicuro chiunque ci avrebbe pensato sopra due volte leggendola. Di sicuro…
Mettila in una busta. Indirizzala alla Camera dei Comuni. Prima di cambiare idea.
Poi pensò ai lunghi corridoi del potere, ai segretari che controllano tutto, ai sacchi postali ricolmi di lettere di sinceri cittadini, le molteplici suppliche del regno; e la voce stridula e intransigente della donna in questione.
Non la vedrà mai. E tantomeno si farà commuovere.
Spediscila lo stesso.
Inarcò le sopracciglia alle parole “un sincero cittadino”. Le cancellò con un tratto di penna, pensando alle corse che faceva per Michael Rafters. Che cosa c’era di sincero in quello? E di quale nazione era cittadino? Gran Bretagna? Irlanda? Lui chi era ? Che cosa sarebbe diventato?
Posò la penna e strappò la lettera. Poi portò il cestino con tutte le bozze fuori nel giardino e le bruciò per incenerirle. Quando le fiamme si spensero, sparse le ceneri sulle aiuole di fiori, imprecando sottovoce.

(Siobhan Dowd, La bambina dimenticata dal tempo)

venerdì 1 marzo 2013

Questa casa


"Questa casa è imburrata e infarinata; è imbottita, ovattata, trapuntata, è un nido intessuto di paglia e di piume; è una casa a tenuta stagna, corazzata col piombo e sigillata col silicone: niente del bene che contiene può disperdersi, niente del male che c'è fuori può insinuarsi al suo interno."

(Paolo Cognetti, Sofia si veste sempre di nero)

sabato 29 dicembre 2012

La mia classifica del 2012



Cinque stelline anobii: Il mistero del London Eye, Siobhan Dowd, Uovonero Edizioni

Il più surreale: L'inconfondibile tristezza della torta al limone, Aimee Bender, Minimum Fax

Il più letterario: Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi, Adelphi

Il più genuino: The Help, Kathryn Stockett, Mondadori

Il più avventuroso: La vera storia del pirata Long John Silver, Björn Larsson, Iperborea

Il libro del cuore: Mal di pietre, Milena Agus, Nottetempo

La sorpresa: La kryptonite nella borsa, Ivan Cotroneo, Bompiani

Esordiente dell'anno: EAN 13 e altri disastri, Sante Bandirali, Edizioni Uroboros

La delusione: Chiedi alla polvere, John Fante, Marcos y Marcos

lunedì 17 dicembre 2012

Franci Book Express

Vi piace come iniziativa?
http://omnimilanolibri.com/2012/12/17/libri-e-consigli-a-domicilio/

LIBRI (E CONSIGLI) A DOMICILIO

fotoConsigli su misura e su richiesta, personalizzati, di nicchia per non finire mai per avere o regalare quello che hanno già tutti. Consegna a domicilio. Francesca Panuello non è una sarta, ma “cuce addosso” alle persone titoli di libri da regalare loro: ha pensato di farlo da quando ha perso il posto fisso e ha scommesso sulla sua passione per la lettura e sulla sua laurea in Lettere lanciando “Franci Book Express”. Si tratta di un servizio di “libreria a domicilio” per chi desidera regalare qualcosa da leggere ma non sa cosa, non ha le idee chiare, non ha tempo di fare acquisti o di farseli recapitare, o non è molto pratico di e-commerce. Dopo vari lavori anche per case editrici o nel mondo della comunicazione, Francesca ha nella testa un preziosissimo database di “edizioni sfiziose” che, se compaiono in libreria, sono da trovare con una caccia al tesoro. Per lei, invece, è facile e anche “eticamente giusto” consigliare soprattutto i loro titoli così da stupire chi riceve il regalo “facendo un figurone ed evitando la figura di chi legge le classifiche dei più venduti per scegliere”. “Con tutti i consigli che mi chiedevano amici, parenti e conoscenti, già da tempo mi girava in testa l’idea di farne qualcosa. Foto 436[1]Poi mi sono trovata senza contratto da dipendente e ho preso coraggio” spiega Francesca che, guardando all’orizzonte, dice: “vediamo come va. Mi piacerebbe creare un blog, la pagina facebook. Ho ricevuto moltissimi feedback positivi e anche tanti suggerimenti. Sicuramente li sfrutterò”. Arrivata a Milano da Cuneo, 20 anni fa, Francesca ha studiato Lettere all’Università Cattolica è ha sempre lavorato in ambito pubblicitario e nella comunicazione: tutte esperienze per rendere ancora più “Express” la sua idea. Abituata ad essere multi-tasking, divisa tra varie collaborazioni temporanee, Francesca non si è fermata a dare buoni consigli ma un vero e proprio servizio completo: documentandosi sul lettore che dovrà rendere felice con il regalo, va, acquista il libro – nelle sue librerie preferite ma per ora top secret – e poi lo impacchetta con tanto di biglietto di auguri, se richiesto. E consegna il regalo, se a Milano e dintorni. 

domenica 16 dicembre 2012

Esisto, io?


"Di lì a poco il governo approvò nuove norme che disciplinavano l'abbigliamento delle donne nei luoghi pubblici, costringendole a portare o il chador o la veste lunga e il velo. L'esperienza aveva già insegnato che l'unica maniera per far osservare quelle regole era imporle con la forza. Così, malgrado le proteste che si levarono da più parti, le nuove disposizioni entrarono in vigore prima nei luoghi di lavoro e più tardi nei negozi, e i proprietari furono diffidati dal servire clienti a capo scoperto. Le pene previste per le infrazioni andavano da una semplice multa fino a un massimo di settantasei  frustate e a un periodo di detenzione.
Mentre provo a colmare le lacune della memoria, mi accorgo di come la sensazione che avvertivo allora sempre più forte, di precipitare nel vuoto o in un abisso, fosse legata a due fatti pressoché concomitanti, la guerra e la perdita del mio lavoro. All'epoca non me ne capacitavo, perché la routine quotidiana contribuiva a creare un'illusione di stabilità. Adesso che non potevo più pensare a me come a un'insegnante, una scrittrice, che non potevo più indossare quello che volevo, né camminare per strada al mio passo, gridare se mi andava di farlo o dare una pacca sulla spalla a un collega maschio, adesso che tutto ciò era diventato illegale, mi sentivo evanescente, artificiale, un personaggio immaginario scaturito dalla matita di un disegnatore che una gomma qualsiasi sarebbe bastata a cancellare.
Quella sensazione di irrealtà mi portò a inventare nuovi giochi, che a ripensarci ora mi sembrano più che altro tecniche di sopravvivenza. L'ossessione per il velo mi aveva indotto a comprare un'ampia veste nera che mi copriva fino alle caviglie, con lunghe maniche a kimono. Mi ero abituata a nascondere le mani nella maniche, come se non le avessi più. A poco a poco, arrivai a fingere che quando portavo la veste tutto il mio corpo si dissolvesse: restava solo la stoffa con la mia forma, che andava in giro guidata da una forza invisibile.
Sono in grado di risalire con una certa precisione al momento esatto in cui cominciai a sentirmi così: avvenne il giorno in cui accompagnai al ministero dell'Istruzione superiore un'amica che voleva convalidare il suo diploma. Fummo perquisite dalla testa ai piedi; fra le molestie sessuali che ho subito in vita mia, quella è stata una delle peggiori. Una donna mi ordinò di alzare le mani, su e ancora più su, mentre cominciava a tastarmi scrupolosamente ogni parte del corpo. Mi fece notare che sembrava non portassi niente sotto la veste. Le risposi che ciò che portavo sotto la veste non era affar suo. Mi porse un fazzoletto di carta e mi intimò di strofinarmelo sulle guance per togliermi quella schifezza che mi ero messa in faccia. Le dissi che la mia faccia era pulita. Allora prese il fazzoletto e me lo passò sulle guance, e siccome non ottenne i risultati sperati, perché come le avevo detto non ero truccata, sfregò ancora più forte, tanto che sembrava volesse strapparmi via la pelle.
Il viso mi bruciava, e mi sentivo sporca; il mio corpo era come una maglietta sudata e lercia, da buttar via. In quel momento mi venne l'idea del gioco, di far sparire il mio corpo. Immaginai che le mani ruvide di quella donna fossero uno strano tipo di raggi X, che lasciavano intatta la superficie e rendevano invisibile l'interno. Quando finì di perquisirmi mi sentivo leggera come l'aria, senza pelle, senza ossa. Per non rompere l'incantesimo avrei dovuto astenermi da qualsiasi contatto con una superficie solida, e soprattutto con gli esseri umani: il trucco avrebbe funzionato soltanto finché fossi riuscita a non farmi notare dagli altri. Di quando in quando, ovviamente, avrei fatto riapparire una parte di me, magari per sfidare i rappresentanti dell'autorità lasciando intravedere una ciocca di capelli, oppure spalancando gli occhi per fissarli e metterli a disagio.
A volte, quasi senza accorgermene, ritiravo le mani nella maniche e cominciavo a toccarmi le gambe e lo stomaco. Esistono? Esisto, io? Questa pancia, questa gamba, queste mani? Purtroppo i guardiani della rivoluzione e gli altri garanti della nostra moralità non guardavano il mondo con i miei stessi occhi. Loro vedevano mani, volti e rossetti; dove io vedevo una specie di fantasma che fluttuava etereo e silenzioso lungo la strada loro individuavano ciuffi ribelli e calzette sovversive.
Nel frattempo continuavo a ripetere a me stessa e a tutti quelli che volevano starmi a sentire che le persone come me, ormai, avevano smesso di esistere. E questa sensazione, che sconfinava nel patologico, non era soltanto mia; tanti altri sentivano di aver perso il loro posto nel mondo."

(Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran)

sabato 1 dicembre 2012

La coppia

"La coppia è uno specchio, ci scopri sempre qualcosa di te stesso che avresti preferito non sapere. Vivendo con qualcuno, come scrivendo, ti sveli.
La coppia non si rompe quando conosci l'altro per davvero e scopri che non è come speravi: si disfa quando finisci per conoscere te stesso e trovi quello che sotto sotto speravi non apparisse mai."

(Rafael Reig, Quello che non c'è scritto)

sabato 3 novembre 2012

Il dodecalogo del buon cane


1) Ama il padrone tuo come te stesso
2) Odora il padre, la madre e tutto il resto
3) Caga sempre dove qualcuno può passare
4) Se ti abbandonano non ti meritano
5) La pulce è sempre dove non puoi grattarla... accettalo!
6) Non desiderare la ciotola d'altri ma se capita...
7) Se uno è più piccolo di te ringhia, se è più grosso mettiti a pancia in su
8) Ciò che per gli altri è puzza per te è curiosità
9) Ulula! Crederanno che stai dicendo qualcosa
10) Se il padrone si siede a tavola guardalo come se non mangiassi da un anno
11) Quando fai le feste la tua gioia sia proporzionale al tuo peso
12) Il tuo padrone non è strano, è umano... accettalo!

(Di tutte le ricchezze, Stefano Benni)

mercoledì 25 luglio 2012

Rosaria dal parrucchiere


"Spesso Rosaria pensava di non riuscire per costituzione a fare tutto. Lavorare, pensare a Peppino e alla casa, essere una buona moglie per suo marito, tenere la permanente in ordine. Si vergognava dei suoi desideri, si vergognava di volere del tempo per sé, lontano da tutti. Aspettava i rari momenti di solitudine con un desiderio che la imbarazzava. Era contenta quando andava a farsi i capelli, di solito una volta al mese. Sceglieva sempre nuovi saloni da parrucchiere, con la scusa che non era mai contenta di come le avevano combinato la testa la volta precedente. In realtà desiderava solo andare dove nessuno la conosceva dove nessuno le avrebbe chiesto niente, dove per un'ora e mezza si sarebbero occupati di lei mentre sfogliava le riviste e fingeva di essere un'altra persona."

(La kryptonite nella borsa, Ivan Cotroneo)

sabato 14 aprile 2012

Quale parola scegliere per prima?



"Parlare poneva un problema di registro: quale parola scegliere per prima? Mi sarebbe piaciuto assegnare il primo posto a un vocabolo necessario come 'marron glacé' o 'pipì', oppure bello come 'pneumatico' o 'scotch', ma sentivo che questo avrebbe urtato alcune sensibilità. I genitori sono una specie suscettibile: bisogna accontentarli con quei grandi classici che li riconfermano nel loro ruolo. Io non volevo farmi notare.
Così assunsi un'aria beata e solenne e, per la prima volta, pronunciai i suoni che avevo in mente:
- Mamma!
Estasi della madre.
E siccome non bisognava offendere nessuno mi affrettai ad aggiungere:
- Papà!
Intenerimento del padre. I genitori si gettarono su di me e mi ricoprirono di baci. Pensai che non erano difficili. Sarebbero stati meno felici e deliziati se avessi iniziato a parlare dicendo: 'Per chi sono quei serpenti che sibilano sulle vostre teste?' oppure 'E=mc2':Pareva quasi che nutrissero qualche dubbio sulla loro identità: non erano forse sicuri di chiamarsi Papà e Mamma? Sembrava che avessero avuto davvero bisogno della mia conferma.
Mi congratulai per la scelta: perché complicare le cose quando possono essere semplici? Nessun'altra prima parola avrebbe potuto appagare altrettanto i miei genitori. Dopo aver adempiuto agli obblighi della buona educazione, potevo consacrarmi all'arte e alla filosofia: la questione della terza parola era molto eccitante perché dovevo tener conto solo ed esclusivamente di criteri qualitativi. Questa libertà era talmente inebriante da confondermi: ci misi un sacco di tempo a pronunciare la terza parola. I miei genitori ne furono ancora più lusingati: 'Aveva solo bisogno di pronunciare i nostri nomi. Era la sua unica urgenza'.
Non sapevano che dentro di me parlavo già da diverso tempo. E' anche vero che dire le cose ad alta voce è diverso: si attribuisce un valore eccezionale alla parola pronunciata. Si ha la sensazione che la parola si commuova, che viva la cosa come un segno di riconoscimento, si senta ricompensata o celebrata. Dar voce al vocabolo 'banana' vuol dire rendere omaggio alle banane attraverso i secoli.
Un motivo in più per riflettere. Mi immersi in una fase di esplorazione intellettuale che durò settimane. Le foto di questo periodo mi ritraggono con un viso così serio da far ridere. Il fatto è che il mio discorso interiore era esistenziale: 'Scarpa' No, non è poi così importante; si può camminare anche senza. Carta? Sì, ma penna è altrettanto indispensabile. Non c'è modo di scegliere tra carta e penna. Cioccolato? No, è il mio segreto. Otaria? Otaria è sublime, emette delle grida ammirevoli, ma è davvero migliore di trottola? Trottola è bellissimo. Solo che l'otaria è viva. Cos'è meglio: una trottola che gira o un'otaria che vive? Nel dubbio meglio astenersi. Armonica? Suona bene, ma davvero non se ne può fare a meno? Occhiali? No, esilarante ma serve a poco. Xilofono?...'
Un giorno mia madre venne in salone con un animale dal lungo collo: la coda, stretta e lunga, finiva con una presa di corrente. Schiacciò un pulsante e l'animale iniziò a lamentarsi in modo regolare e continuo. La testa si mise ad andare avanti e indietro sul pavimento, trascinando dietro di sé il braccio della Mamma. A volte, il corpo avanzava con le sue proprio zampe, che erano poi delle rotelle.
Non era la prima volta che vedevo un aspirapolvere, ma non avevo ancora mai riflettuto sulla sua condizione. Gli andai vicino a carponi per mettermi alla sua altezza: sapevo che bisogna sempre essere all'altezza di quello che si vuole esaminare. Seguii la sua testa e appoggiai la giaccia sul tappeto per osservare quanto stava accadendo. Miracolo: l'apparecchio ingoiava le realtà materiali che incontrava e le trasformava in esistenza. Sostituiva il qualcosa col niente: quella sostituzione era certamente opera divina.
Avevo un vago ricordo di essere stata Dio fino a poco tempo prima. A volte sentivo nella mia testa una voce profonda che mi sprofondava in incalcolabili tenebre e mi diceva: 'Ricordati! Sono io che vivo dentro di te! Ricordati"' Non sapevo bene cosa pensarne, ma la mia divinità mi pareva qualcosa di realmente possibile e piacevole.
Improvvisamente avevo trovato un fratello: l'aspirapolvere. Cosa ci poteva essere di più divino di questo puro e semplice annientamento? Nonostante credessi che un Dio non deve dimostrare niente, mi sarebbe piaciuto essere capace di un prodigio simile, di un compito così metafisico.
'Anch'io sono pittore!' esclamò Correggio nello scoprire i quadri di Raffaello. Presa da un entusiasmo simile, stavo quasi per gridare come lui: 'Anch'io sono un aspirapolvere'.
Mi ricordai all'ultimo momento di non esagerare con gli effetti: tutti credevano che il mio repertorio fosse di due sole parole, non potevo screditarmi snocciolando intere frasi. Ma avevo trovato la mia terza parola.
Non aspettai un secondo di più, aprii la bocca e scandii le sei sillabe: 'Aspirapolvere!'.
Mia madre, passato il primo momento di sconcerto, mollò il collo del tubo e corse a telefonare a mio padre:
- Ha detto la sua terza parola!
- Qual è?
- Aspirapolvere!

(Metafisica dei tubi, Amélie Nothomb)

giovedì 5 aprile 2012

Lei che mi spiega il mondo



"Finisco il buon caffè di Aibileen mentre guardo il tramonto. Sento che l'aria che arriva dalla finestra è già più fresca.
'Devo andare'. Preferirei passare il resto della vita qui, nella cucina accogliente di Aibileen, con lei che mi spiega il mondo. Proprio per questo mi piace tanto: prende le cose più complicate della vita e le avvolge in pacchetti piccoli e semplici che ti stanno giusti giusti in tasca".

(The Help, Kathryn Stockett)

venerdì 24 febbraio 2012

La signora Sporcelli


"La signora Sporcelli non era per niente meglio di suo marito.
Naturalmente non aveva la faccia pelosa. Ma era un vero peccato che non l'avesse, perché se non altro la barba avrebbe nascosto almeno in parte la sua raccapricciante bruttezza.
Guardatela.
Avete mai visto una donna con la faccia più orribile della sua? Ne dubito.
Ma la cosa strana è che la signora Sporcelli non era nata brutta. Da giovane, aveva avuto un viso piuttosto grazioso. La bruttezza le era cresciuta col passare degli anni. Come mai? Ora ve lo spiego.
Se una persona ha brutti pensieri, dopo un po' glielo leggi in faccia. E quando i brutti pensieri li ha ogni giorno, ogni settimana, ogni anno, il suo viso diventa sempre più brutto, finché diventa talmente brutto che non sopporti quasi più di guardarlo.
Una persona con pensieri gentili non potrà mai essere brutta. Potrà avere il naso bitorzoluto e la bocca storta e i denti infuori, ma, se ha pensieri gentili, questi le illumineranno il volto come raggi di sole, e apparirà sempre bella.
Non c'era nessuna luce, sul viso della signora Sporcelli
Nella mano destra stringeva un bastone da passeggio. Diceva sempre che il bastone le serviva perché le erano cresciute delle verruche sotto la pianta del piede sinistro e camminare le faceva male. Ma la vera ragione per cui lo portava sempre con sé era per dare bastonate a destra e a manca. In particolar modo le piaceva picchiare i cani, i gatti e i bambini piccoli.
E poi c'era la faccenda dell'occhio di vetro. La signora Sporcelli aveva un occhio di vetro che guardava sempre storto."

(Gli Sporcelli, Roald Dahl)

venerdì 30 dicembre 2011

La mia classifica del 2011


Mentre inizia il conto alla rovescia per la notte di San Silvestro, io faccio la classifica delle letture che mi hanno accompagnato in questo 2011.

Cinque stelline anobii: Accabadora, Michela Murgia, Einaudi

Il più onirico: L'uccello che girava le viti del mondo, Haruki Murakami, Einaudi

Il più letterario: La manomissione delle parole, Gianrico Carofiglio, Rizzoli

Il più genuino: Ascolta il mio cuore, Bianca Pitzorno, Mondadori

Il libro del cuore: Marinai perduti, Jean-Claude Izzo, E/O

La sorpresa: La breve favolosa vita di Oscar Wao, Junot Diaz,
Mondadori

Esordiente dell'anno: Tetano, Alessio Torino, Minumum Fax

Le delusioni: Espiazione, Ian McEwan, Einaudi ; Non lasciarmi, Kazuo Ishiguro, Einaudi

mercoledì 30 novembre 2011

Io leggo (5)


Eh no, proprio no. Un'idiozia simile non può occupare la pagina di un quotidiano!

Titolo: “Togliete i libri alle donne e torneranno a far figli
Occhiello: "Il genitore è il lavoro che gli italiani non vogliono più fare. Ma più le culle resteranno vuote, più barconi di immigrati arriveranno".
Estratto dell'articolo: «Ebbene, gli studi più recenti denunciano lo stretto legame tra scolarizzazione femminile e declino demografico. La Harvard Kennedy School of Government ha messo nero su bianco che “le donne con più educazione e più competenze sono più facilmente nubili rispetto a donne che non dispongono di quella educazione e di quelle competenze”. E il ministro conservatore inglese David Willetts, ha avuto il coraggio di far notare che “più istruzione superiore femminile” si traduce in “meno famiglie e meno figli”.il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà. Così dicono i numeri: non prendetevela con me».
Così Camillo Langone chiude il suo pezzo sulla natalità pubblicato dal quotidiano Libero di oggi.

Naturalmente Langone direbbe che che una donna come me non dovrebbe tenere un blog. E vorrebbe che la mia libreria di casa fosse occupata da libri finti come quelli dell'Ikea.
E poi, altra cosa fastidiosissima, tira in ballo anche la questione degli immigrati. Cazzo c'entra, scusa?
Peccato che sua madre sia stata una pessima lettrice! O che sua sorella (se ne ha una) non gli abbia mai tirato un bel volume di 800 pagine in testa!
Vabbè. Per stasera ho pensato troppo.
Vado a fare la calza.
Prima però vado a lavarmi la bocca con il sapone.

domenica 30 ottobre 2011

L'uccello-giraviti



"Se tu adesso perdi il tuo nome, come ti posso chiamare?"
"Uccello-giraviti" dissi. Almeno io avevo un nuovo nome.
"Uccello-giraviti" ripetè lei. Poi restò un momento a guardare quelle due parole fluttuare nell'aria. "Penso che sia un nome bellissimo, ma che razza di uccello è?"
"Esiste davvero. Che aspetto abbia però non lo so, non l'ho mai visto, l'ho solo sentito cantare. Si ferma sul ramo di un albero da queste parti, e si mette a stringere una dopo l'altra le viti del mondo, con un rumore stridente. Se smette, il mondo smette di funzionare. Però non lo sa nessuno. Tutti pensano che ci sia qualcosa di più grande, più complicato e più bello a far girare il mondo. Invece lo fa girare lui, si sposta da un posto all'altro e a mano a mano che si sposta va stringendo le viti. Sono viti molto rudimentali, sembrano quelle dei giocattoli. Basta solo farle girare. Però le può vedere solo l'uccello-giraviti."
"L'uccello-giraviti - ripetè l'ex Creta - che gita le viti del mondo."
Alzai il viso e mi guardai intorno. Era la solita stanza che conoscevo bene, ci dormivo da quattro o cinque anni. Eppure sembrava stranamente vuota e ampia.
"Purtroppo però non so dove si trovino, quelle viti - dissi - e enanche che aspetto abbiano."
lei posò le dita sopra la mia spalla. Poi con i polpastrelli disegnò dei piccoli cerchi.
Io ero steso supino, e guardavo in silenzio una piccola macchia sul soffitto, aveva la forma di uno stomaco. Si trovava proprio il mio cuscino, ma non mi ero mai accorto che ci fosse. Da quando era lì? Da prima che io e Kumiko andassimo a vivere in quella casa? Oppure si era installata lì in silenzio, trattenendo il fiato, proprio sopra di noi, mentre noi dormivamo insieme in quella stanza? Finché un mattino mi ero accorto della sua presenza.
Sentivo di fianco a me il respiro caldo della donna che una volta si chiamava Creta. Sentivo l'odore doce del suo corpo. Lei continuava a disegnare piccoli cerchi sulla mia spalla. Avrei voluto prenderla ancora una volta tra le braccia, magari, ma non sapevo giudicare se fosse un'azione corretta o no. I rapporti tra le cose, alto e basso, destra e sinistra, erano troppo intricati. Rinunciai a pensare, e continuai a guardare in silenzio il soffitto.
Finché lei non venne a stendersi sopra di me, e mi baciò leggermente sulla guancia destra. Quando le sue labbra morbide toccarono la voglia, provai una sorta di profondo torpore.
Chiusi gli occhi e tesi le orecchie ai rumori del mondo. Sentii tubare da qualche parte un piccione. Costantemente, con pazienza. Quella voce era piena d'affetto nei confronti del creato. Celebrava l'arrivo del mattino estivo e annunciava alla gente l'inizio di una giornata. Però non bastava, pensai, qualcuno doveva farlo girare, il mondo.
"Penso che un giorno riuscirai a trovarle quelle viti, sai ?" disse l'ex Creta.
"Se è così - le chiesi senza aprire gli occhi - se un giorno riuscirò a trovarle e a stringerle, le cose torneranno a posto, questa vita insensata finirà?"
Lei scosse in silenzio il capo. Nei suoi occhi apparve una leggerissima traccia di compassione.
"Non lo so" disse.
"Non lo sa nessuno" risposi.
"Al mondo ci sono cose che è meglio non sapere" aveva detto il tenente Mamiya.

(L'uccello che girava le viti del mondo, Haruki Murakami)

lunedì 22 agosto 2011

La storia della bambola



"Tutti i pomeriggi Kafka va a fare una passeggiata nel parco. Generalmente lo accompagna Dora. Un giorno incontrano una bambina in lacrime, che singhiozza da farsi scoppiare il petto. Kafka le chiede cosa c’è che non va e la bambina risponde che ha perso la sua bambola. Lui subito comincia a inventare una storia per spiegarle l’accaduto. «La tua bambola è andata a fare un giro», le dice. Lei gli chiede: «E tu come lo sai?» «Perché mi ha scritto una lettera», le risponde Kafka. La bambina sembra sospettosa. «Ce l’hai qui?» gli domanda. «No, mi spiace, – fa lui. – L’ho lasciata a casa per sbaglio, ma domani la porterò con me». E’ cosi convincente che la bambina non sa più cosa pensare. Possibile che quell’uomo misterioso stia dicendo la verità?
Kafka torna subito a casa per scrivere la lettera. Si siede a tavolino e Dora, osservandolo mentre scrive, nota la stessa serietà, la stessa tensione che mostra quando sta componendo una sua opera. Non vuole prendere in giro la bambina. Questa è una vera fatica letteraria, e lui è ben deciso a compierla nel migliore dei modi. Se riuscirà a presentare alla bambina una bugia bellissima, e convincente, sostituirà la bambola perduta con una realtà diversa: falsa, forse, ma veritiera e credibile secondo le leggi della narrativa.
L’indomani Kafka si precipita al parco con la lettera. La bambina lo sta aspettando, e dato che non ha ancora imparato a leggere gliela legge lui ad alta voce. La bambola è molto spiacente, ma si è stancata di vivere sempre con le stesse persone. Ha bisogno di muoversi e di vedere il mondo, di fare nuove amicizie. Non è che non voglia bene alla bambina, però desidera cambiare aria, perciò dovranno separarsi per qualche tempo. Infine la bambola promette che scriverà alla bambina ogni giorno e la terrà al corrente di quello che sta facendo.
Già è incredibile che Kafka si sia preso il disturbo di scrivere quella prima lettera, ma ora si dedica al progetto di scriverne una nuova ogni giorno … al solo scopo di consolare la bambina, che fra l’altro per lui è una perfetta estranea, un esserino incontrato per caso un pomeriggio in un parco. Che tipo di uomo fa una cosa simile! E’ andato avanti per tre settimane. Tre settimane. Uno degli scrittori più geniali che siano mai vissuti ha sacrificato il suo tempo … un tempo sempre più scarso e prezioso … per comporre le lettere immaginarie di una bambola smarrita. Secondo la testimonianza di Dora scriveva ogni frase con una cura maniacale del dettaglio, e la sua prosa era precisa, spiritosa e avvincente. In parole povere, era la prosa di Kafka, e lui per tre settimane andò tutti i giorni al parco e scrisse ogni volta una nuova lettera alla bambina. La bambola diventa grande, va a scuola, conosce altre persone. Continua a ripetere alla bambina che le vuole bene, ma allude a certe complicazioni che le rendono impossibile il ritorno. A poco a poco Kafka prepara la bambina per il momento in cui la bambola sparirà dalla sua vita per sempre. Si spreme per creare un finale soddisfacente temendo che se non lo troverà si possa rompere l’incantesimo. Dopo aver vagliato alcune ipotesi, alla fine decide di far sposare la bambola. Descrive il giovanotto di cui lei si innamora, la festa di fidanzamento, le nozze in campagna, perfino la casa dove ora abitano la bambola e suo marito. E poi, nell’ultima riga, la bambola dice addio alla sua vecchia e affezionata amica.
Ma a questo punto naturalmente la bambina non sente più la mancanza della bambola. Kafka le ha dato in cambio qualcos’altro, e alla fine delle tre settimane le lettere l’hanno guarita dal suo cruccio. Lei ha la storia, e quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all’interno di una storia, da vivere in un mondo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché fino a quando la storia continua, la realtà non esiste più."

(Follie di Brooklyn, Paul Auster)