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lunedì 13 febbraio 2012

Miracolo a Le Havre, ovvero del ciliegio in fiore


Da una parte lo spazio aperto del porto di Le Havre, con i pescherecci e i gabbiani.
Dall'altra le viuzze strette di periferia, su cui affacciano le botteghe e la casa in cui abitano il lustrascarpe Marcel, la moglie Arletty e il cane Laika.
Da una parte una perdita: Arletty viene ricoverata in ospedale per una grave malattia.
Dall'altra un incontro, quello tra Marcel e Idrissa, un ragazzino arrivato clandestinamente in un container, che fugge dalla polizia.
Da una parte la chiusura e la rigidità delle leggi francesi sull'immigrazione.
Dall'altra il grande cuore spalancato di Marcel e dei suoi amici, che accolgono con affetto genuino Idrissa, lo nascondono dalla polizia e lo aiutano in tutti i modi. Una vera e propria "famiglia allargata"!
Con un andamento lento ma mai noioso, Kaurismaki costruisce la storia mescolando ironia, favola e realtà. Il dramma, quando c'è, è lieve. Sul finire il regista si concede anche qualche piccolo inganno verso noi spettatori.
I personaggi sono molto umani: la panettiera, la barista, il fruttivendolo, il collega lustrascarpe finto cinese, e l'insolito ispettore, interpretato da Jean-Pierre Darroussin (sì, quello de Le nevi del Kilimangiaro).
Le immagini sono vintage e sembrano scattate con l'Hipstamatic (come mi è stato suggerito!).
Kaurismaki riesce bene. Il miracolo ci sta. Noi ci crediamo (insieme a lui) e guardiamo il ciliegio in fiore.

*** stelline e 1/2

Le Havre
Aki Kaurismaki
Finlandia/Francia/Germania, 2011

domenica 4 dicembre 2011

Midnight in Paris, ovvero della nostalgia


Din don, din don. I dodici rintocchi della mezzanotte.
Mentre Cenerentola fugge dal ballo perdendo la scarpina di cristallo e la carrozza si ritrasforma in zucca, Gil, uno sceneggiatore di Hollywood in cerca di ispirazione per il suo primo romanzo, gironzola alticcio e sperduto per le stradine di Parigi. A un certo punto vede arrivare un'auto d'epoca, con a bordo ragazzi festosi che lo invitato a salire. E lui si lascia convincere. Così si ritrova incredulo nella ancora più affascinante Parigi degli anni Venti: a una festa con Scott e Zelda Fitzgerald in persona mentre al piano suona Cole Porter! Scambia vivaci opionioni nientepopodimenoche con Ernest Hemingway ("L'amore fa scordare la paura della morte!") e in casa di Gertrude Stein (Kathy Bates), a cui fa leggere il suo manoscritto, incontra Adriana (la bellissima Marion Cotillard) musa di Pablo Picasso e si invaghisce di lei.
Nottata dopo nottata conosce anche Dalì (Adrien Brody), Eliot, Buñuel con cui ha divertenti scambi di battute.
Di giorno Gil è l'annoiato fidanzato di Inez, di notte un appassionato scrittore in compagnia dei suoi "idoli" letterari.
Il film è leggero e divertente (e anche un po' favola!) e leggeri ci si sente quando si esce dal cinema. Certo, a noi "puristi" di Woody Allen viene da storcere un po' il naso. Ci aspettiamo sempre qualcosa di più geniale da lui.
Su di una cosa Woody ha proprio ragione: non siamo capace di vivere bene il presente. E guardiamo sempre al passato con nostalgia. E questa inquietudine e scontentezza dell'animo umano coinvolge tutti gli individui, celebri e non, e avviene in tutte le epoche storiche.
"Un ulteriore salto d’epoca fa balenare a Gil che il passato acquista valore solo dall’essere stato il presente di qualcun altro, in una catena infinita."
E voi, in che epoca avreste voluto vivere?

Tre stelline ***

Midnight in Paris

Woody Allen
USA/Francia, 2011

giovedì 9 giugno 2011

Il ragazzo con la bicicletta



Corre Cyril. Scappa dall'istituto. Non ci sta. Non è possibile che il padre se ne sia andato senza avvertirlo, senza lasciargli un recapito. E per di più abbia venduto la bicicletta. No, non è possibile.
Si nasconde Cyril. Avvolto nelle lenzuola. Non sa ancora che Samantha, incontrata durante una fuga, gli ha riportato la bicicletta. Il ragazzino e la parrucchiera stringono amicizia e iniziano a passare insieme i fine settimana. Ma Cyril non vuole l'affetto di Samantha, continua a desiderare il ritorno del padre.
Pedala Cyril. Con la sua maglietta rossa. Non si rassegna. Trova il papà. Un succo di frutta e una porta sbattuta in faccia "Non voglio che ci vediamo mai più, non ho tempo, devo rifarmi una vita io". Senza nemmeno guardarlo negli occhi.
Ha tanta rabbia Cyril. Pedala pedala. Graffia. Colpisce. Ruba.
Solo Samantha gli insegna ad avere di nuovo fiducia, a non trincerarsi dietro il silenzio e la rabbia, a farsi aiutare, a tirarsi fuori dai guai e a sorridere.
E adesso non è più solo ad andare in bicicletta!

Come non voler subito bene a Cyril, al primo sguardo...
Samantha, che donna forte!
Le musiche sono un po' disturbanti. Bastano gli sguardi.

Tre stelline *** e mezzo


Il ragazzo con la bicicletta (Le Gamin Au Vélo)

Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Belgio, Francia, Italia 2011

lunedì 18 aprile 2011

Habemus Papam, ovvero dell'umanità


Domenica sera ho visto il nuovo film di Nanni Moretti. Appena tornata in casetta mi sono appuntata delle idee, delle riflessioni sul taccuino.
Il film parte da un'idea geniale, una situazione mai avvenuta prima nella storia della Chiesa: il Papa appena nominato (Michel Piccoli) non si sente all'altezza dell'incarico e proprio nel momento della sua proclamazione e dell'uscita sul balcone per salutare la folla dei fedeli in Piazza San Pietro ha una crisi di panico... urla, ansima e scappa via. Lungo i corridoi. Per superare la crisi i cardinali provano a ricorrere all'intervento del miglior psicoanalista (Nanni Moretti) prima, e della moglie (Margherita Buy) poi. "Dio vede in me capacità che non ho. Dove sono, dottore? Le cerco e non le trovo"
È a questo punto che la storia si divide in due e avviene un vero e proprio scambio di luoghi: da una parte la vita dei cardinali e dello psicoanalista, reclusi in Vaticano e convinti dal suo portavoce (Jerzy Stuhr) che il Santo Padre sia chiuso nei suoi appartamenti a riflettere. Qui Moretti ci delizia con divertenti scenette con i cardinali - l'organizzazione del torneo di pallavolo - o con la guadia svizzera incaricata di simulare la presenza del Papa! Dall'altra la fuga del Papa che, in incognita, vaga tra le strade e i locali di Roma. Sono proprio questi i momenti più belli del film, grazie all'intensità dello sguardo di Piccoli. Sembra un vecchio confuso, perduto. Che ritrova il sorriso nei versi de Il Gabbiano di Cechov, e veniamo a sapere che la sua grande passione giovanile era la recitazione. Solo nel teatro il Papa trova un guizzo, un lampo.
Mi ha colpito molto la scena in cui i cardinali, riuniti nella Cappella Sistina, attendono il risultato dell'elezione e, nonostante i loro vestiti sontuosi e gli anelli d'oro, pregano fra sè e sè di non essere scelti, come dei bambini. Come succedeva a scuola, quando il prof. apriva il registro e pronunciava ad alta voce il nome dello studente interrogato. I porporati sono umani anche di sera... quando sono nelle loro stanze, oguno impegnato in una semplice attività: chi si allena sulla cyclette, chi si diletta con un puzzle, chi prende le goccine per dormire.
Idea geniale, dunque. E poi? Concordo con Mereghetti quando scrive "uno spunto geniale che forse avrebbe avuto bisogno di una diversa elaborazione" e con chi lamenta che il regista non è andato a fondo, non ha analizzato la crisi interiore dell'uomo/Papa. Davvero un peccato. Perché il film poteva allora essere un capolavoro. Mentre così è un film non risolto. Un capolavoro mancato, appunto.
Voglio soffermarmi sull'immagine del balcone vuoto dove il Papa non vuole affacciarsi, con le tende porpora che si muovono al vento. La domanda finale vuole il punto interrogativo: "Habemus Papam?"

p.s.: bellissima la canzone "Todo Cambia" di Mercedes Sosa!
p.s.2: quale sarà il nuovo tormentone morettiano? "Ma lei ha problemi con le fede?" o "Cardinale! Non esiste più da cinquant'anni palla prigioniera!" o "Soffro di deficit da accudimento, ma non ho capito cos'è" ;-)

Tre stelline *** e mezzo


Habemus Papam
Nanni Moretti
Italia, Francia 2011

giovedì 3 febbraio 2011

Il discorso del re



È la storia di Bertie, Duca di York, ma potrebbe essere quella di qualsiasi uomo che, a causa di una grave forma di balbuzie, convive sin da piccolo con l'insicurezza e un forte complesso di inferiorità, all'interno della sua stessa famiglia: il padre è burbero e l'esuberante fratello lo prende in giro.
Certo, quando quest'uomo è il secondogenito di re Giorgio V, e con un pezzo di storia sulle spalle, il problema è più complesso. La balbuzie gli blocca le parole. Proprio mentre nel mondo un altro "leader" inizia a fare la sua folle propaganda.
L'Inghilterra aspetta il suo Re. E anche la radio.
"Perché Bertie ha una profonda voce interiore ma non riesce ad esprimerla. E per rappresentare il suo popolo deve capire se stesso e tirare fuori ciò che possiede." (cit.).
Ci vogliono una moglie premurosa ma decisa, un simpatico ed eccentrico logopedista (e attore fallito!) di origine australiana e tanta forza di volontà per superare la paura. B-bb-bb-bertie diventa Re Giorgio VI. Pronto a guidare, anche con la voce, il suo Paese. E pronto ad aprirsi a una meravigliosa amicizia.
La regia è convincente. Tom Hooper, passando dalla Tv al cinema, se la cava bene. Particolari le inquadrature dal basso, quasi a rendere caricaturali i lineamenti, o dall'alto. I microfoni, inquadrati dal regista in primo piano, sono grandi e minacciosi.
Punti di forza: gli attori (Geoffrey Rush è strepitoso, come Colin Firth) e i dialoghi.
Punto debole: la lunghezza (sono troppi 111 minuti.)
Nel finale ho sofferto insieme al re. Percepivo l'ansia. Come prima di ogni esame universitario!

Tre stelline ***

p.s.: gli amanti harrypotteriani/burtoniani non possono non riconoscere la grande Helena Bonham Carter e "Codaliscia" Timothy Spall, qui nel ruolo di Winston Churchill.

The King's Speech
Tom Hooper
Gran Bretagna, Australia 2010

venerdì 7 gennaio 2011

L'illusionista (The Illusionist)





Seconda metà degli anni Cinquanta. Un anziano illusionista, che ha i tratti e le movenze di Tati, e un'ingenua ragazzina si incontrano. La fine di un'epoca (quella del coniglio che esce dal cilindro) e l'arrivo del rock'n'roll. Parigi, Scozia ed Edimburgo riprodotte da un disegno "acquerellato", dai colori pastello, delicati.
Parlano le immagini. Accompagnate dalla musica.
E la sceneggiatura di Jacques Tati! Che era rimasta conservata gelosamente, per circa cinquant'anni, al Centre National de la Cinématographie di Parigi.
Il sipario cala... per maghi, clown, acrobati... e per tutti quelli che vogliono ancora sognare... Le illusioni finiscono? Sempre? Forse il VERO spettacolo della vita è per pochi!
Avrei voluto entrare per un attimo nel film, abbracciare l'illusionista e tornare in sala.
Bello! Bello! Divertente e malinconico. Emozionante.

Quattro stelline ****

p.s.: Piccolo ringraziamento anche alla Sacher di Nanni Moretti :-)

The Illusionist
Sylvain Chomet
Gran Bretagna, Francia 2010