mercoledì 15 dicembre 2010

venerdì 10 dicembre 2010

Mille volte buonanotte


Mille volte buonanotte, lo ripeterò finché sarà nuovamente buio, nelle lunghe ore che ci separano.
Mille volte buonanotte e sono già "nella finestra" ad attenderti
Mille volte buonanotte ed è già buio.
Mille volte buonanotte è tu sei giunto alla "finestra"
Mille volte, e voglio sentirti dentro di me.
Mille volte vorrei abbattere tutte le distanze e fondermi con te.
Mille volte, una parola che non ho il coraggio di dirti.
Mille volte, un sussurro che si estende nell'eternità della notte.
Mille volte amore mio ti amo.

(William Shakespeare, Romeo e Giulietta)

martedì 7 dicembre 2010

Essere precari stanca!


PERCHE' ESSERE PRECARI STANCA da Rosalinda Gianguzzi

La precarietà stanca perché essere precari sul lavoro vuol dire essere precari nella vita. Vuol dire essere precari nei sentimenti: perché si ha paura di relazioni a tempo indeterminato, se non sai neanche come sarà la tua vita il mese dopo.
E se fai figli sei un incosciente, se non li fai sei il bamboccione che non vuole assumersi responsabilità.
Si perché, non se ne capisce il motivo, ma essere precari ti mette sempre sotto la lente d’ingrandimento degli altri, ed espone al loro giudizio ogni cosa che fai.
Essere precari significa che precario è il tuo equilibrio: raggiante al rinnovo, depresso e nervoso a fine contratto.
Essere precari sradica; il lavoro va rincorso, spesso con la valigia in mano.
Essere precario è ingiusto: perché anche se lavori da 30 anni, non sarai mai “l’anziano” del tuo posto di lavoro, sarai sempre l’ultimo arrivato, e così sarà il tuo stipendio, gli scatti contributivi, la considerazione di colleghi e titolari, il tuo ruolo nella“spartizione delle vesti” in termini di mansioni ed orari interni.
Essere precari stanca perché ti vergogni a dire che sei precario: perché nell’immaginario degli altri, sei il “giovane” a carico dei genitori.
Anche se sei tu ad essere genitore e se hai abbondantemente superato gli “anta”.
Perché essere precari, ti toglie spesso il gusto di volere che i tuoi genitori vivano per sempre, solo perché vuoi loro bene, e non perché altrimenti saresti spacciato.
Essere precari stanca, perchè difficilmente sarai mai padrone di una casa, come non sarai mai padrone della tua vita, eternamente in affitto di un padrone ricco.
Ed ancora essere precari è un perverso paradosso: il lavoro dovrebbe servire a dare stabilità a rendere liberi, ed invece sei sempre schiavo del capriccio di un imprenditore o governante di turno, e la stabilità spesso non arriva mai.
Essere precari stanca perché sai che vogliono fregarci: lo chiamano tempo della globalizzazione, lo chiamano nuovo mercato del lavoro, lo chiamano fine della chimera del posto fisso (in termini dispregiativi, ma a me suona benissimo), la chiamano flessibilità, meritocrazia, “solo i più bravi…”, ma non è altro che un modo come un altro per azzerare anni di lotte sindacali a tutela dei lavoratori.
Perché un precario non deve ammalarsi, fare figli, invecchiare: sono tutti privilegi per i lavoratori a tempo indeterminato.
Perché il lavoro inteso in quest’ottica è un lavoro alienante, che perde il suo ruolo di strumento di benessere per la vita dell’uomo, ma diventa il fine ultimo, e spesso anche la fine di molti lavoratori.
Perché diciamocelo, non è bello dire “sono un co.co.co”.
Perché non si dovrebbe lavorare a progetto per l’imprenditore, ma si dovrebbe lavorare al proprio progetto di vita, per renderla un “capolavoro” (Giovanni Paolo II).
Perché il Vangelo c’insegna che le leggi sono fatte per l’uomo, non l’uomo per le leggi.
Ed un uomo, cresce, invecchia, si sposa, fa figli, e il lavoro dovrebbe accompagnarlo in ognuna di queste fasi della vita.
Ed infine essere precari stanca, perché è brutto capire e sapere che ciò che volevano ottenere con la perversa invenzione del “precariato”, reso peggiore dal fatto che è ormai l’unica forma stabile di lavoro, non lo hanno ottenuto: aiutare il capitalismo.
Perché il precariato non aiuta nessuno.
Non aiuta i datori di lavoro che si precludono la possibilità d’avere persone accanto di cui fidarsi, con esperienza, gratificate, motivate ed interessate al progetto dell’azienda, ma i lavoratori diventano come passeggeri che attraversano una stazione.
Perché non aiuta il lavoratore: alienato, frustrato, perennemente in bilico, senza un preciso progetto di vita, con una reale compromissione della stessa qualità della vita, che si ripercuote sul tutto il mercato.
E infatti oggi lo dice anche Mario Draghi, e la crisi economica che stiamo attraversando è un’ulteriore prova che è un sistema fallimentare, ed anche il trovarci sui tetti, sui ponti, nelle strade impauriti ed arrabbiati.
E quindi dateci ascolto essere precari stanca!
Perché sai di essere un tassello di un domino composto da migliaia di tasselli precari.

(da Il Manifesto)

mercoledì 24 novembre 2010

«Le differenze non si spengono: il Comune ripristini gli auguri multietnici»


Sono durate una decina di giorni le originali e significative luminarie natalizie in via Padova frutto di un progetto artistico che un artigiano e la sua Ditta di luminarie aveva presentato all’Assessorato all’Arredo Urbano. L’istallazione composta dal simbolo universale del cuore rosso recavano scritto"buone feste" in tutte le lingue parlate dagli abitanti di questo quartiere, tra i più multietnici della città (italiano, francese, spagnolo, inglese, cinese, arabo, …). Le luci non erano state ancora accese, ma si comprendeva già il significato dell’opera. Ieri sono già state rimosse. L’unica scritta che ora compare è “auguri” in italiano. Ci risulta che l' “intervento riparatore” sia stato ordinato dall'assessore all’Arredo Urbano, Maurizio Cadeo (competente per i progetti di illuminazione artistica della città) a seguito delle “proteste di famiglie e cittadini". Il gruppo di progettazione della Festa “Via Padova è meglio di Milano” e gli altri gruppi firmatari lavorano da anni in questa zona della città. Ebbene noi, sicuri di interpretare il pensiero di altre persone che vivono in via Padova e che ci hanno sollecitato a prendere posizione, riteniamo che le differenze non si possono cancellare staccando un interruttore. Questo è infatti il significato che noi, come molti altri che vivono nel quartiere, abbiamo attribuito all’intervento dell’assessore. Un messaggio, se così fosse, che riteniamo inaccettabile e anche lesivo dell’immagine cosmopolita di cui Milano è sempre andata giustamente orgogliosa. Ci auguriamo che si tratti soltanto di un grande equivoco e per questo richiediamo, per smorzare all’origine ogni polemica, che le luminarie in tutte le lingue siano ripristinate quanto prima.

Buone Feste Joyeuses Fêtes Felices Fiestas Happy Holidays 节日快乐
أعيادا سعيدة Sarbatori fericite С праздником Зі святом Iyi bayramlar ….

Anche Massimo Gramellini dedica a questa vicenda la sua rubrica su La Stampa di oggi.

In via Padova, la San Salvario di Milano, hanno una piccola bella idea. Appendere delle luminarie con la scritta «Buone feste» in tutte le lingue del mondo. Ci si imbambola a immaginare i bambini multietnici del quartiere col naso all’insù, mentre scandiscono parole di gioia nelle rispettive lingue, insegnandole ai compagni di scuola. È Natale, no? Ed è Natale soprattutto lì, dove ancora a marzo africani e sudamericani si linciavano per la strada. Ma qualcuno si lamenta di chissà cosa, forse di un po’ di felicità, e l’assessore all’Arredo Urbano prontamente interviene: via le luminarie da via Padova, sostituite da un isolato «Auguri» in italiano, affinché la zona «non assomigli a un ghetto».

Stento a capire. A me una strada piena di luci e di idiomi sembra l’esatto contrario di un ghetto. È la vita. Ma saranno mai stati a Parigi e a Londra, questi assessori arredatori? O il solo nominarle basterà a meritarsi la patente di snob, mentre la vera schiettezza d’animo consiste nell’assecondare il provincialismo degli sfigati? Ecco, se le luminarie di via Padova avevano un limite, era l’assenza della scritta in dialetto. Milanese, italiano, arabo, inglese, spagnolo… Aggiungere, non togliere. Aggiungere e mescolare. I bambini ragionano così. I ghetti sono solo nella testa di certi adulti. Magari degli stessi che in nome del popolo tolgono le luminarie da via Padova, ma cercano di piazzare una gioielleria extralusso, quella sì snob, sotto l’albero di Natale in piazza del Duomo.

lunedì 15 novembre 2010

mercoledì 27 ottobre 2010

La pecora nera - trailer



La pecora nera

Ascanio Celestini
Italia 2010

«Come è possibile camminare sui prati verdi e avere l’animo triste? Essere immersi nel caldo del sole mentre tutto intorno sorride e avere l’angoscia nel cuore?
Lasciate a noi le nostre tristezze. A noi che non possiamo andare nei prati e non vediamo mai il sole».
(Alberto Paolini, 42 anni di manicomio)

domenica 17 ottobre 2010

Uno scrittore al giorno toglie la noia di torno




1) Bret Easton Ellis, Feltrinelli di Milano, 15 ottobre 2010
2) Jonathan Coe, Feltrinelli di Milano, 11 ottobre 2010

sabato 16 ottobre 2010

No te salves

No te quedes inmóvil
al borde del camino
no congeles el júbilo
no quieras con desgana
no te salves ahora
ni nunca
no te salves
no te llenes de calma
no reserves del mundo
sólo un rincón tranquilo
no dejes caer los párpados
pesados como juicios
no te quedes sin labios
no te duermas sin sueño
no te pienses sin sangre
no te juzgues sin tiempo

pero si
pese a todo
no puedes evitarlo
y congelas el júbilo
y quieres con desgana
y te salvas ahora
y te llenas de calma
y reservas del mundo
sólo un rincón tranquilo
y dejas caer los párpados
pesados como juicios
y te secas sin labios
y te duermes sin sueño
y te piensas sin sangre
y te juzgas sin tiempo
y te quedas inmóvil
al borde del camino
y te salvas
entonces
no te quedes conmigo

Non Salvarti

Non restare immobile
sul ciglio della strada
non congelare la gioia
non amare senza passione
non salvarti adesso
né mai
non salvarti
non riempirti di calma
non riservarti solo un angolo
tranquillo nel mondo
non lasciar cadere le palpebre
pesanti come sentenze
non restare senza labbra
non addormentarti senza sogni
non pensarti senza sangue
non giudicarti senza tempo.

Ma se
nonostante tutto
non puoi evitarlo
e congeli la gioia
e ami senza passione
e ti salvi adesso
e ti riempi di calma
e ti riservi solo un angolo
tranquillo nel mondo
e lasci cadere le palpebre
pesanti come sentenze
e ti asciughi senza labbra
e ti addormenti senza sogni
e ti pensi senza sangue
e ti giudichi senza tempo
e rimani immobile
sul ciglio della strada
e ti salvi
allora
non venire con me.

(Mario Benedetti)

giovedì 14 ottobre 2010

www.nastrorosa.it


È arrivata alla 17esima edizione la campagna “Nastro Rosa”, l’iniziativa volta alla prevenzione del tumore al seno realizzata dalla Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori). La campagna durerà tutto il mese di ottobre 2010. Numerose le iniziative. La più importante: contattando le sedi provinciali della Lilt, è possibile prenotare la visita gratuita di controllo in uno dei quasi 400 ambulatori presenti sul territorio nazionale.
Peccato che su Facebook, in questi giorni, stia dilagando un giochino scemo. Diverse donne, comprese alcune mie amiche, hanno modificato il loro stato su Facebook con un messaggio personale dai toni maliziosi che incuriosisce molti, soprattutto uomini: "Mi piace… lì". E al posto del lì, la fantasia si sbizzarrisce a elencare quei luoghi in cui le donne coinvolte in questo progetto lasciano... la loro borsa.
L'iniziativa di ricordare alle donne di non trascurare la propria salute è lodevole, ma fatta in questo modo no. Basata sul doppiosenso, poi. Cosicché tutti pensano che si stia parlano di sesso... Wow! Che genialata! Ma cosa c'entra con la prevenzione? Mi chiedo quante donne che scrivono "mi piace di qua" "mi piace di là" poi fissino una visita. Molto meglio la lettera che arriva a casa.
Ecco, mi premeva dirlo!

sabato 2 ottobre 2010

Razzista sarà lei


La campagna pubblicitaria dove i frontalieri piemontesi e lombardi del Canton Ticino vengono raffigurati come topi famelici che divorano il formaggio svizzero non è affatto razzista. Lo ha spiegato chi l’ha commissionata, un politico locale che è presidente dell’Udc e di nome fa Pierre, ma con Casini per fortuna non c’entra niente.

Anche Ciarrapico ha respinto con sdegno l’etichetta di antisemita: in fondo al Senato aveva soltanto detto che tutti gli ebrei sono dei Giuda. Persino Berlusconi, fra un attacco ai giudici e una barzelletta blasfema su Rosi Bindi, ha trovato il tempo per raccontarne una sulla tirchieria degli ebrei (originale, vero?), ma nemmeno lui è razzista. E nemmeno Bossi, che ha dato dei «porci» ai romani. Era una battuta: di Boldi, per la precisione. (Qualcuno l’aveva attribuita a Obelix, che però ha smentito. Lui diceva «Sono pazzi questi romani». Era un raffinato, Obelix). E chi vuol cacciare i rom in quanto rom? Guai a ricordargli il precedente di Hitler: si offende. Come quel professore di musica che su Facebook si augura lo sterminio dei disabili. «Nazista io? Inconcepibile».

Forse è il momento di tracciare una linea nel discorso pubblico. Di qua razzismo, di là goliardia. E’ che non si capisce bene dove vogliano collocarla, questa linea, gli arzilli avanzi del Bagaglino. Per loro dileggiare una comunità non esprime pregiudizio, ma incontenibile simpatia. Per me il confine resta il rispetto della dignità di ogni individuo. Ma sono un vecchio topo liberale, non faccio testo (e non mangio neanche il formaggio).

(Dal "Buongiorno" di Massimo Gramellini - La stampa 02.10.2010)

martedì 28 settembre 2010

Parole e silenzio


"Quante parole vanno perdute. Lasciano la bocca e perdono il coraggio, e se ne vanno in giro finché finiscono nel canaletto di scolo come foglie morte. Nei giorni di pioggia, passando, si sentono i loro cori: ErounabellissimaragazzaTipregononandarteneCredoanchiocheilmiocorposiadivetroNonhomaiamatonessuno-PensodiesseresimpaticaPerdonami…
C’era un tempo in cui non era insolito usare un pezzo di filo per guidare le parole che altrimenti avrebbero faticato ad arrivare a destinazione. Le persone timide si portavano in tasca un rocchetto di filo, ma anche chi aveva facilità a esprimersi sentiva di averne bisogno dal momento che, chi era abituato a farsi ascoltare da tutti, spesso si trovava in difficoltà quando voleva essere ascoltato da una persona in particolare. La distanza fisica tra due persone che usavano il filo spesso era minima; talvolta più piccola era, e maggiore era la necessità di usare del filo.
L’abitudine di attaccare un bicchierino a ciascun capo del filo nacque molto tempo dopo. Alcuni sostengono che sia legata all’impulso insopprimibile di portarsi alle orecchie le conchiglie, per ascoltare l’eco della prima espressione del mondo. Altri dicono che fu inaugurata da un uomo che teneva un capo del filo srotolato da una sponda all’altra dell’oceano, fino a una ragazza partita per l’America.
Quando il mondo divenne più grande e non ci fu abbastanza filo per impedire che le cose che gli uomini volevano dire scomparissero nell’immensità, fu inventato il telefono.
A volte non c’è filo abbastanza lungo per dire quello che è necessario. In quei casi, il filo non può fare altro che accompagnare il silenzio degli uomini."

mercoledì 1 settembre 2010

Filosofia di vita


"Immagina un uccello posato su un ramo sottile - dice - Il ramo ondeggia al vento che soffia forte. E il campo visivo dell'uccello che è lì sopra ondeggia insieme al ramo. Mi segui?".
Annuisco.
"Come pensi che possa fare, quell'uccello, a stabilizzare il suo campo visivo?".
Scuoto la testa.
"Non lo so".
"Muove anche lui la testa su e giù cercando di sincronizzarsi abilmente con l'ondeggiare del ramo. Prova, in un giorno di vento forte, a osservare bene gli uccelli. Io li vedo spesso, da questa finestra. Non pensi che debba essere terribilmente stancante una vita così? Sempre ad agitare la testa cercando di adattarsi all'ondeggiare del ramo su cui si è posati?".

domenica 8 agosto 2010

Tu sei il top! (poesia dedicata)

Tu sei il Top
Sei la discografia dei Radiohead
Sei il breakfast quando te lo portano al bed
Sei il sacro e il profano
il vaccino e il richiamo
Sei il re della foresta
quell’ora prima di andare a una festa
sei la quiete, la mia tempesta,

Tu sei il Top
Sei la meta e la metà
la parte per il tutto,
il Tuttosport, il tuttosommato,
la vodka sul gelato,
il fritto misto, il vitello tonnato,
Sei l’aria distratta che mi ha innamorato,
Sei quando siamo sul più bello
la terza corda del violoncello
l’estate scorsa a Castiglioncello,

Tu sei il Top
sei la mia misura,
sei una small-un’extralarge senza paura,
sei attillata al mio cuore
plissettata ai miei sensi
ricamata nei miei ricordi
sei Ugo Tognazzi, sei Alberto Sordi…
sei l’ora che volge al desìo
l’ipotesi ch’esista un dio
la certezza che esisto anch’io…

Tu sei Top
Sei le intuizioni di Carmelo Bene
la sua distanza dai delitti e dalle pene
dalla gente per bene
da chi ti regala un osso, chi ti regala un rene,
l’elettorato che si astiene…
Sei l’acquolina e la sazietà
l’età di mezzo, la varietà,
Sei un capriccio di Paganini,
Raimondo Vianello…la Mondaini…
Sei quando piove tra via Roma e via Mazzini

Tu sei il Top
Sei il colore che mi sta meglio
Il sogno ricorrente
Sei un mezzosoprano…Un bel sottotenente…
Sei l’anima furbetta di Jovanotti
Sei quando i rigatoni son lì lì…e poi…son cotti!!
Sei la carbonara,
De Sica e la Ciociara,
tuttigiùperterra,
il Grande Freddo, la Grande Guerra,
quella temperatura che trovi solo in una serra…

Tu sei Top
Sei il ticchettìo di Fred Astaire
Il Cuore a nudo di Baudelaire
quello matto di Little Tony
Sei i 4 accordi che impari…e poi suoni…
La notte più chiara, il giorno più nero,
la camicia aperta di Tony Manero
le orme sulla neve in quel sentiero…

Tu sei il Top
Sei il mio stile, sei il mio look,
sei Palazzeschi…sei Palahnjuk,
Sim sala bin…sei Kim Ki Duk!!…
Sei l’America, in cui c’era una volta, di Leone,
sei la pappa, col pomodoro, della Pavone,
sei la terza B…l’Aspirina C
la promozione in serie D
l’entrata a gamba tesa, la lista della spesa,
d’Amalfi la più contessa, tra tutti la più contesa,
l’acqua in faccia della doccia
tutto il contrario di quello che scrive Moccia,
il finale della Spada nella Roccia
Sei la rianimazione del cartone in coma
la Retromarcia su Roma
la prima cosa bella che ho avuto dalla vita….
"è il tuo sorriso giovane e sei tu"…

Tu sei il Top
Sei il singulto del single
l’indulto che diventa culto
la pena preventiva
il viaggio di Felicia/ la mia partita I.V.A.
la piccola ondina quando svanisce a riva…
Sei polpa e succo dell’ananàs
il mare inquieto della Duras
“quan chem’astufiu e vadu a fé dui pass”…

Tu sei il Top
Sei la rabbia dolce di Silvia Platt
Il codice Pin del mio Bankomat
I programmi notturni di Rai Sat
Sei il fiocco sul regalo
il gomitolo e lo spago
domenica ti porterò sul lago…
sei Sarah Kane, sei Saramago,
scegli quello che vuoi… che intanto io pago!
Tu sei il Top
Sei quel che m’era sfuggito…
Il mio puzzle mai finito
2 Campari Soda e 3 Mojto
sentire recitare l’infinito…
Sei quando nel pensier mi fingo
come Clint Eastwood nei panni di Ringo
l’esultanza di chi grida Bingo!!

Tu sei il Top
di Bertold Brecht sei la lungimiranza
sei tutti gli oggetti di questa stanza
il pavimento per la mia danza
sei Calimero…la Miralanza
Sei le stagioni che son 4 sulla pizza…
e i matrimoni dentro i film di Kusturizza…
Sei quando taci o sei loquace
E più mi sfuggi e più mi piace
facciamo la guerra facciamo la pace
del 2010 sei la tessera Aiace…
la mia vongola verace…la mia sbronza di Riace…

Tu sei il Top
Sei la cartuccia nuova della stampante
Il cavallino rampante come il barone
l’insegna accesa del baraccone
lo zucchero filato, quello defilato,
vengo meglio da questo lato!
Sei il calcinculo del Luna Park
le creste dei Punk, le croste dei Dark
il giorno in cui non faranno più Quark!!
Sei più ferma d’un geco
più specifica di Umberto Eco
più immutabile d’una commedia di Cecov
Sei la Palma di Cannes, Il Leone di Venezia, l’Orso di Berlino,
tutti i pelouches che vorrebbe un bambino,
Sei una malattia rara,
una malìa, un’omelette, una zanzara,
il pranzo di Babette…un colpo di lupara!!

Continua…

(Michele di Mauro)

martedì 3 agosto 2010

Cosè L'Aquila oggi


di Enrico Macioci

Sono nato all’Aquila 35 anni fa, ho sempre vissuto all’Aquila, ero all’Aquila alle 3,32 del 6 aprile 2009, ero insieme all’oceano d’aquilani durante la manifestazione tenutasi all’Aquila il 16 giugno scorso (di cui quasi non s’è avuta notizia), ero insieme alle migliaia d’aquilani durante la manifestazione tenutasi a Roma il 7 luglio scorso (di cui per motivi non edificanti s’è avuta notizia), e sto scrivendo queste righe dall’Aquila, dove tuttora risiedo. Ciò credo mi legittimi a testimoniare in coscienza ciò che L’Aquila è divenuta nell’ultimo anno e mezzo.
Noi aquilani siamo stati gl’involontari – e sino ad ora almeno in parte inconsapevoli – protagonisti dell’apicale esplicitarsi della forza, dell’influenza e della capacità di distorsione che i massmedia hanno raggiunto in Italia. Un potere tanto più malefico quanto più subdolo, tanto più invincibile quanto più obliquo e, in definitiva, vile. Non posso definire in altro modo una divulgazione in larga parte scientemente mirata alla menzogna o, peggio ancora, all’uso strumentale del dramma. Un tradimento dei diritti non dirò già civili ma realmente e profondamente umani, e dunque un tradimento di tutti noi nella nostra integrità e nel nostro bisogno di giustizia e verità. Il travisamento più o meno clamoroso, da parte di non pochi organi informativi, della manifestazione romana del 7 luglio non è che l’ultimo tassello d’un puzzle che non saprei se chiamare diabolico o ridicolo – sempre che le due accezioni, superata una certa soglia, non si tocchino fino a combaciare.
Io c’ero il 7 luglio, ero a pochi metri dai poliziotti e dai carabinieri, mischiato ai miei concittadini, e nonostante abbia una coscienza lucida del Paese in cui vivo non ho potuto fare a meno d’amareggiarmi davanti a parecchi notiziari della sera e ad altrettanti giornali del mattino successivo. Mi sono sentito raggirato, ingannato e, se m’è consentito usare una parola forte, pugnalato. Come altrimenti dovrebbe reagire il libero cittadino d’una moderna democrazia se nel momento in cui manifesta i propri diritti alla vita la medesima democrazia fa finta di non intendere? Come deve reagire il libero cittadino d’una moderna democrazia se in questa democrazia non gli è consentito esporre le proprie urgenti necessità senza imbattersi in qualche corpo di guardia? Se il contatto con le autorità di tale moderna democrazia è sbarrato dai canali uditivi? Se la lontananza fisica è la regola cui sottoporre colui che ha qualcosa di pacifico ma fermo da obiettare? Mai come il 7 luglio scorso ho provato netta la sensazione d’una lontananza fatale fra l’individuo e l’autorità, d’uno iato doloroso fra noi in strada e loro dietro le persiane chiuse e irraggiungibili di Palazzo Chigi, Palazzo Grazioli e Palazzo Madama.
L’Aquila prima del sisma era una magnifica città che si reggeva su un’osmosi perfetta; il cuore pulsante della comunità era costituito dal centro storico, laddove si svolgeva il novantacinque per cento della vita sociale, laddove sorgevano gli esercizi commerciali, gli uffici, i bar, i ristoranti, le pizzerie, le trattorie, i pub, i gazebo, le piazze, i luoghi d’incontro, di svago, le manifestazioni culturali, il cinema, il teatro, le orchestre, laddove la gioventù del posto e quella universitaria trascorrevano il tempo libero così come le famiglie, i bambini, gli anziani. Questo centro era vasto; partendo dal parco del Castello Cinquecentesco si poteva camminare anche molto a lungo prima di sbucare fra i tigli della Villa Comunale oppure più giù ancora, sino allo sfogo d’erba e marmo della basilica di Santa Maria di Collemaggio e di Parco del Sole – e intanto attraversare il corso vecchio e quello nuovo, i Quattro Cantoni e i portici, e costeggiare Santa Maria Paganica e Piazza Palazzo, San Bernardino e Santa Giusta, Piazza Duomo e Costa Masciarelli, e poi gl’innumerevoli vicoli, gli angoli, i cortili, i campanili, le fontane, le piazzette, le chiese, i ritagli magici d’un tempo remoto giuntoci integro malgrado una storia travagliata. Adesso è dato percorrere sia il corso vecchio che (da alcune settimane) quello nuovo, tramutatisi però in un budello lungo il quale le immagini dei fotografi, ferme a prima di quel 6 aprile 2009, sbiadiscono in un triste e metaforico addio, le vetrine sono cieche, i turisti armati di digitali e telecamere riprendono inesausti i brani sghembi della città in pezzi e gli aquilani, se li si incontra, li si sente parlare soltanto di prime e seconde case, zona rossa, mutui, appalti, permessi, documenti, affitti, autonome sistemazioni; e dove infine gli appelli della cittadinanza scritti su fogli volanti se ne stanno appesi alle transenne che circondano i ponteggi, simili a ergastolani con le dita fra le sbarre. Il resto? Tutto chiuso. Sepolto da milioni di tonnellate di macerie non ancora rimosse. Fradicio per il freddo e il caldo, il sole e la pioggia, la neve e l’afa. Tutto inchiavardato entro gigantesche assi d’acciaio. Incappucciato. Imprigionato. Impacchettato. Messo in sicurezza, così s’usa dire. Messo al sicuro.
Al cuore pulsante del centro storico rispondeva, in un contrappunto impeccabile per semplicità ed efficacia, la periferia; non particolarmente bella ma ordinata, non pulitissima ma dignitosa, non attraente ma tutt’altro che repellente; non minuscola ma nemmeno enorme, a misura d’uomo, tranquilla, screziata di verde, coi monti a sporgerle sopra come giganti benigni e curiosi. Ma ecco che lo svuotamento del centro storico s’è scagliato per l’appunto sulla periferia, tramutandola in quell’alveare confuso e alienante che sta diventando, che è già diventata; ecco il traffico impazzito, le code chilometriche, la dispersione dei servizi, le baracche sorgere ovunque (un’autentica epidemia di baracche) e ovunque strappare alla terra il metro quadro, il decimetro quadro pur d’affermare, in un malinteso e delirante rigurgito di vita: io ci sono. Mi trovate qua. Io sono qua.
E oltre questa nuova periferia – che intanto è divenuta centro – la periferia nuovissima, che poi è l’attuale vera periferia: c’è chi la chiama progetto case, chi moduli, chi (forse in maniera più appropriata) new town; consiste in diciannove nuclei lontani dalla città (ovvero dalla vecchia periferia divenuta centro) e l’uno dall’altro, privi di negozi e luoghi d’aggregazione, dove chi non ha la macchina si rimette agli orari degli autobus oppure si rassegna a trascorrere la giornata in un’abitazione non sua, fra gente che non conosce, ingannando il tempo come può un ospite coatto a scadenza indeterminata: un trapianto d’umanità in piena regola, che poteva e doveva essere mitigato nella quantità e accorciato nella durata. Dentro le new town vivono decine di migliaia di persone; ma laddove i numeri rappresentano per alcuni un vanto – l’intera società si va riducendo a numero, con quel che di gelido e feroce un concetto del genere implica – io vedo alcune incontestabili realtà: isolamento, alienazione, noia, depressione, rabbia, frustrazione, ansia, coazione, nevrosi. E’ chiaro che lo stupro urbanistico/geografico – per cui il centro è stato trasfuso in periferia e la periferia è stata trasfusa in un’ultra-periferia – comporta i suoi costi da un punto di vista squisitamente umano; una società non può prescindere dalla terra su cui si fonda, né dal metodo che durante i secoli ha elaborato per rapportarvisi; il coniuge, il migliore amico, i genitori, i parenti, i conoscenti, persino le facce vagamente note contribuiscono a impastare l’esistenza e la psiche di ciascuno di noi; e subito dopo ci sono i posti, il bar all’angolo, il panettiere, il barbiere di fiducia, il dentista, l’ottico, la tavola calda, la biblioteca dove si conobbe la tal persona, e la sala studio dove si conobbe la tal altra, e poi ancora il marciapiede dove si sono macinati chilometri e ore, la colonna dove ci s’appoggiava a fumare, e poi il portone, la banchina, il tratto di strada, il sampietrino, l’aria; anche i posti respirano, e l’aria d’un posto non è mai uguale all’aria d’un altro posto, né tanto meno all’aria di quel medesimo posto violentato, squarciato e poi trasferito, portato via di peso.
Un ultimo concetto mi preme sottolineare, mentre il Governo sta decidendo se ripristinare le tasse a carico degli aquilani al cento per cento già da adesso, e mentre il Capo di questo Governo continua a ribadire che all’Aquila è stato compiuto un miracolo mai avvenuto nella storia dei disastri naturali, che il peggio è alle spalle e le cose volgono al sereno, e mentre l’opposizione non sa far di meglio che tenere dietro al Capo di questo Governo sul medesimo terreno inconcludente, relativista e parolaio: il concetto di futuro. In una società globalizzata che corre sempre più veloce – anche se non per forza sempre più avanti – dove il lavoro si fa mobile e rapido e sommamente incerto e le relazioni si liquidano e polverizzano, mi rendo conto che una pretesa di futuro possa apparire quasi patetica. Per un esecutivo che innalza a proprio vessillo la bandiera dell’agire, il feticcio ambiguo ma ideologicamente robusto dell’efficacia questi sono concetti fumosi, addirittura fastidiosi; una specie di starnuto nel bel mezzo d’un devoto silenzio. Qualche onorevole ha affermato in Parlamento che dovrebbero essere loro, i politici, a venire a protestare all’Aquila, dopo tutto quello che hanno fatto per noi e di cui noi non ci siamo nemmeno accorti. E’ sin troppo chiaro che chi parla così ragiona, ancora una volta, per numeri; ma i numeri al contrario di quel che si pensa sono corruttibili, è facile e comodo portarli dalla propria parte con un po’ di retorica, di faccia tosta e d’incoscienza. I numeri sono opinabili, specie quando figurano in mano a chi ce li fornisce. I numeri, in bocca a chi detiene il potere, possono benissimo tramutarsi in capricci. Allora io torno al concetto di futuro perché si tratta d’un concetto non monetizzabile né passibile di sondaggi, perché l’essere umano si nutre di futuro, perché l’essere umano deve poter dire a se stesso in ogni momento d’ogni santo giorno: domani farò questo, dopodomani tenterò quest’altro. Senza che tali auspici significhino un’automatica garanzia di successo, ma con la ragionevole speranza di poterli almeno declinare, di poterli pensare, d’averne il diritto.
All’Aquila il futuro non esiste più; al suo posto c’è un caos di burocrazia, imprecazioni, proteste, risentimenti e confusione. Le vecchie generazioni, sgomente e piombate in un brutto sogno difficile persino da raccontare, in un incubo appiccicoso e fangoso che nessuna parola e nessuna promessa può più lavar via, si rifugiano nel passato e paiono svanire come fantasmi; le nuove temono di dover cercare nella fuga una nuova possibilità che non le falci a mezzo; le nuovissime sbandano tra una difficile situazione scolastica e relazionale e una lunghissima fila di bar tirati su furiosamente lungo Via della Croce Rossa, una delle principali arterie di traffico diurno e notturno, piena di fari e fumo e clacson. Ci stiamo abituando a convivere con l’indistinto, il nebuloso, il si vedrà, il magari, il chissà; stiamo divenendo ontologicamente insicuri; noi siamo, nell’epoca del precariato, i precari per eccellenza; e la nostra colpa è misurabile al ragguardevole grado di 6,3 della scala Richter. Una società cosiddetta civile, una moderna democrazia ci sta spingendo sull’orlo d’un baratro esistenziale: non sapere non soltanto cosa sarà di noi ma neppure come, o perché, o per chi, o quando, o se. Perfino il Gran Sasso lassù mi pare che frema, al di sopra dei boschi, quando a sera scende il sole.

venerdì 23 aprile 2010

Odio e smog


Ogni giorno respiro odio e smog.
E' bastato prendere la metropolitana alle otto e un quarto, dopo mesi di assenza, per assistere a un brutto litigio, lei difendeva il suo spazio vitale e lui le ha dato un brusco spintone che per poco non l'ha spiaccicata contro la porta. Così, di buon mattino.
Anche nel mio condominio nessuno si sopporta. Il "pazzo" della mansarda ringhia contro la coppia di sotto per il continuo martellare e trapanare, la coppia ce l'ha con quello della mansarda per la musica a palla a tutte le ore del giorno e della notte e con i vicini di fianco perché i bambini strillano. Ai piani bassi si lamentano delle briciole e dei mozziconi che arrivano dai piani alti.
Ogni giorno respiro odio e smog.
E sono preoccupata.

domenica 24 gennaio 2010

Fantasmi


“Dieci anni sono pochi per fare un bilancio del craxismo, ma abbastanza per dimenticare i suoi errori”. Philippe Ridet, il corrispondente dall’Italia di Le Monde, è stupito. Come è stupito l’Economist: “Quando morì, Craxi era stato condannato a undici anni di reclusione per corruzione e finanziamento illecito dei partiti ed era stato giudicato colpevole o incriminato in altri cinque casi”. Dedicargli una strada o una piazza sarebbe vergognoso, scrive il settimanale britannico, era un latitante e riabilitarlo significherebbe dissipare le nuvole sul suo protegé politico, Silvio Berlusconi. Ripensandoci è vero. È stato da sciocchi pensare che tutto fosse finito. Che la prima repubblica fosse morta e sepolta. I bravi storici insegnano che una storia non si può raccontare se non è terminata. E il fantasma di Bettino Craxi, che agita ancora i sonni della politica italiana, serve a ricordarcelo.

(Giovanni De Mauro - Internazionale - 22-28 gennaio 2010)

venerdì 15 gennaio 2010

mercoledì 13 gennaio 2010

Sestri Levante - Milano andata













Prediamo un intercity. Prendiamo la carrozza 5 con una porta rotta e con i numeri dei posti prenotati invisibili. Prendiamo un lui e una lei che si sistemano sui sedili e sistemano pure i bagagli. Poco dopo arrivano una ragazza e una signora. Per la prima mezz'ora lui legge La Repubblica, lei un libro noir, mentre la ragazza e la signora sonnecchiano. Silenzio. Alla fermata successiva fanno la comparsa nello scompartimento un uomo con baffetti e sguardo torvo che tiene al guinzaglio un bellissimo cagnone. E una lady inglese. Una "Miss Murple" autentica. Cappello di paglia tenuto da un elastico che la stringe sotto il mento. Occhiali tondi. Un carrellino, di quelli che si usano per la spesa, ricolmo. Lei lo tiene stretto tra le gambe e si rifiuta di metterlo nell'apposito spazio portabagagli, costringendo la signora che sta di fronte a lei a tenere le ginocchia in bocca. Malgrado gli sbuffi e le lamentele della signora, la lady rimane impassibile. L'uomo col cagnone, invece, sta in corridoio per non disturbare i passeggeri seduti, ma se la prende con chiunque passi. Perfino col tipo che vende bibite e panini. Inveisce contro chi, nello stretto passaggio, lo costringe a spostarsi e sfiora la coda al cane. Al contrario il cane rimane a sonnecchiare tranquillo e pacifico.
La carrozza 5 è ora al completo. Buon viaggio!

(foto di Tiziana Rinaldi)

martedì 12 gennaio 2010

Nei ghetti d'Italia questo non è un uomo


Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
E torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di Natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d'asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
E le nasconde sotto i cartoni,
E dorme sui cartoni della Rognetta,
Sotto un tetto d'amianto,
O senza tetto,
Fa il fuoco con la monnezza,
Che se ne sta al posto suo,
In nessun posto,
E se ne sbuca, dopo il tiro a segno,
“Ha sbagliato!”,
Certo che ha sbagliato,
L'Uomo Nero
Della miseria nera,
Del lavoro nero, e da Milano,
Per l'elemosina di un'attenuante
Scrivono grande: NEGRO,
Scartato da un caporale,
Sputato da un povero cristo locale,
Picchiato dai suoi padroni,
Braccato dai loro cani,
Che invidia i vostri cani,
Che invidia la galera
(Un buon posto per impiccarsi)
Che piscia coi cani,
Che azzanna i cani senza padrone,
Che vive tra un No e un No,
Tra un Comune commissariato per mafia
E un Centro di Ultima Accoglienza,
E quando muore, una colletta
Dei suoi fratelli a un euro all´ora
Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto
Alla sua terra - “A quel paese!”
Meditate che questo è stato,
Che questo è ora,
Che Stato è questo,
Rileggete i vostri soggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,
E scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Né bontà, roba da Caritas, né
Brutalità, roba da affari interni,
Tiepidi, come una berretta da notte,
E distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
E i figli, se ha figli, sono distanti,
E pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi.

Adriano Sofri